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11/14 FEBBRAIO 2018

L'INDUSTRIA CALZATURIERA ITALIANA - Preconsuntivo 2005 

I dati di preconsuntivo delineano un 2005 decisamente insoddisfacente per le imprese calzaturiere italiane. Tutti gli indicatori economico-settoriali presentano un'intonazione negativa: l'export ha subito una ulteriore battuta d'arresto (-11,5% in volume)
I dati di preconsuntivo delineano un 2005 decisamente insoddisfacente per le imprese calzaturiere italiane. Tutti gli indicatori economico-settoriali presentano un'intonazione negativa: l'export ha subito una ulteriore battuta d'arresto (-11,5% in volume), mentre le importazioni hanno raggiunto l'ennesimo record. Conseguentemente, il saldo commerciale - pur rimanendo in valore largamente attivo - ha registrato una forte contrazione.
La domanda sul mercato interno è da tempo stagnante: gli acquisti delle famiglie, complice la congiuntura economica generale negativa, sono cresciuti solo dello 0,3% in volume.
Per il 5° anno consecutivo la produzione nazionale ha evidenziato un calo non trascurabile. Il perdurare della crisi ha inciso sulle dinamiche occupazionali, sulla nati-mortalità aziendale e sul ciclo finanziario incassi/pagamenti.
Risultati purtroppo ampiamente prevedibili in un anno apertosi con lo smantellamento delle quote Cina e la conseguente invasione in Europa delle calzature cinesi.
La dinamica poco premiante dei consumi in molti tradizionali mercati di sbocco e il rapporto di cambio Euro/Dollaro hanno contribuito ad aggravare gli effetti della concorrenza asiatica, spesso favorita, oltre che dalla svalutazione della moneta cinese, da comportamenti anticompetitivi. Tra questi - come indicano le conclusioni delle lunghe indagini svolte dalla Commissione Europea nell'ambito delle procedure antidumping verso Cina e Vietnam - il marcato intervento statale (attraverso finanziamenti agevolati, esenzione fiscale…), che ha dato luogo a pratiche di dumping.
Le prime evidenze relative al 2006 non sono particolarmente ottimistiche: la raccolta ordini registra un andamento ancora insoddisfacente, e le indicazioni degli imprenditori convergono verso un'ulteriore riduzione dei livelli produttivi e occupazionali.

Vediamo ora nel dettaglio le singole variabili congiunturali.



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Produzione e prezzi
Il 2005 è stato caratterizzato da una marcata contrazione dei volumi prodotti, confermando il trend sfavorevole che aveva contraddistinto i 4 anni precedenti.
Le aziende del campione avevano indicato, relativamente al primo semestre, un decremento dell'output attorno al -9,7%, prevedendo per la seconda parte dell'anno un andamento altrettanto negativo.
La rilevazione effettuata sui 12 mesi ha purtroppo confermato le attese: in sintesi, il pre-consuntivo per l'anno appena chiuso evidenzia, relativamente al campione oggetto di indagine, un arretramento complessivo della produzione di circa l'11% in quantità, segnale eloquente della difficoltà del quadro congiunturale.
Quasi la metà degli intervistati (47%) ha denunciato un calo dei volumi produttivi superiore al -5%. Solo il 7% delle imprese raggiunte dalla rilevazione ha registrato un incremento rispetto al 2004.
Tutte le tipologie produttive hanno evidenziato flessioni, senza particolari distinzioni tra le aziende del campione. Particolarmente colpite le produzioni delle fasce economico-medie, maggiormente esposte alla concorrenza asiatica.

Con riferimento ai primi mesi dell'anno in corso, il risultato medio della rilevazione indica un'ulteriore riduzione dei livelli produttivi, seppur di minore intensità.
A tal proposito, se quasi il 20% dei rispondenti sembra percepire una lieve ripresa dei volumi per la prima parte del 2006, i pessimisti che si attendono un'altra caduta della produzione raggiungono il 39%; il restante 41% del campione prevede una sostanziale stabilità rispetto al non soddisfacente 2005.

Ancora una volta la congiuntura negativa ha inciso in misura significativa sulla dinamica dei prezzi (da non confondersi con il prezzo medio all'export che, oltre a riferirsi a prodotti realizzati in mesi antecedenti, è influenzato dalla composizione del 'paniere' esportato, non tanto come 'tipologia', quanto come 'fascia prezzo').
Le imprese del campione sono state costrette ad operare con margini ristretti: nel 2005 i prezzi interni sono cresciuti con saggi inferiori all'1% e quelli esteri di circa il 2,6%, indicazioni sostanzialmente confermate anche per il primo semestre 2006.
Combinando le dinamiche di prezzo con quelle di quantità è possibile stimare per l'anno 2005 una riduzione del valore della produzione nazionale prossima al -9%, un dato decisamente penalizzante per il settore.

Il grado di utilizzo degli impianti, nonostante si mantenga su livelli elevati in senso assoluto, risente ovviamente della crisi: lo sfruttamento della capacità produttiva a fine dicembre 2005 è risultato pari al 79%. Le attese per il primo semestre del 2006 indicano una sostanziale stabilità su questi livelli, anche se è da segnalare una maggiore difficoltà delle imprese di grandi dimensioni nel raggiungere l'efficienza produttiva.

Interscambio commerciale
I dati ufficiali ISTAT sono i principali indicatori della prolungata crisi settoriale: in cinque anni i flussi diretti oltre confine si sono contratti in misura superiore al 30%, perdendo più di 100 milioni di paia. Allo stesso tempo, le importazioni sono cresciute del 70%, con un aumento in termini assoluti di circa 130 milioni di paia.
In particolare, nei primi 11 mesi 2005, rispetto all'analogo periodo del 2004, l'export italiano è sceso dell'11,5% in quantità e dell'1,7% in valore.
Sono state vendute all'estero 231 milioni di paia, oltre 30 milioni in meno rispetto ai livelli già bassi del 2004, per un valore di 5.685 milioni di euro.
Il prezzo medio ha registrato una crescita dell'11%, non certo per gli aumenti nei listini ma per i cali molto più marcati nei comparti e nelle fasce di prodotto a minor valore aggiunto.
Tutte le tipologie hanno registrato flessioni: pesantissime (-30% in volume) per le pantofole, le calzature in gomma e quelle in tessuto.
Le scarpe in sintetico sono scese del -8,3% (con forti cali nei segmenti 'sportive' e 'sicurezza'), mentre le calzature con tomaio in pelle, da sempre tradizionale punto di forza del Made in Italy, hanno evidenziato una flessione complessiva del 6,7%. Tra queste, particolarmente penalizzate le voci 'sandali' (-15%), 'sportive' (-19,4%) e le scarpe da passeggio in pelle destinate alla clientela maschile (-18%). Tiene l'export del 'passeggio donna' (-0,1%) e di stivali e scarponcini (+2,1%, nonostante l'andamento negativo di quelli per bambini/ragazzi e per uomo).
L'analisi per Paese di destinazione mostra risultati decisamente insoddisfacenti in tutti i più importanti mercati: -12,5% in quantità per la Germania; -11,7% la Francia; addirittura -26% gli USA (complice il cambio sfavorevole), -8,4% il Regno Unito.
Scorrendo la graduatoria, gli unici segni positivi si registrano per la Spagna (+2,6%, nostro 7° mercato di sbocco) e la Russia (+22,5%). Stabili le vendite in Giappone (+0,8%).
I dati aggregati per area geografica mostrano purtroppo una situazione abbastanza omogenea: il calo delle vendite nel mercato comunitario (UE25) si presenta in linea con i valori medi (-11,2% in volume); situazione analoga (-10,9%) nei restanti Paesi europei.
Meno marcate le flessioni verso Oceania (-5,2%) e Medio Oriente (-1,4%); particolarmente negativa invece la dinamica delle esportazioni verso i mercati nordamericani (-24%) e l'America Centro-Sud (addirittura -52%).
I Paesi dell'Est Europa e CSI (+10%), il continente africano (+18,3%) e il Far East (+9%, grazie soprattutto al positivo recupero della Corea del Sud e alla tenuta in Giappone) sono le uniche aree in controtendenza.

Di contro l'import, sospinto dall'ulteriore avanzata cinese, è salito a 307,5 milioni di paia (+6,1%), oltre 17 milioni in più rispetto a gennaio/novembre 2004. In valore si è attestato a 2.649 milioni di euro (+15,9%).
In aumento l'import di calzature in pelle (salito a circa 115 milioni di paia, +15,6%), pantofole e scarpe in gomma. Stabile il comparto sintetico.
L'analisi per Paese mostra, tra i competitors asiatici, un'ulteriore forte crescita della Cina (+27% in quantità e +78% in valore); un andamento pressoché stabile in volume da Vietnam (-1,5%, ma con un +20% per le scarpe in pelle) e India (-0,8%); un decremento marcato dei flussi dall'Indonesia (-24%).
Le importazioni dalla Cina, dopo il +81% del biennio 2002/2003 e il +27% del 2004 (pur in presenza di quote), nel 2005 in 11 mesi sono salite a 153 milioni di paia, già 25 milioni in più sull'intero anno 2004.
Va osservato che nella seconda metà dell'anno c'è stata una forte impennata nei flussi (nei primi 6 mesi l'incremento era del 6%), smentendo ogni previsione di rallentamento dopo il boom iniziale successivo alla soppressione delle quote.
Le calzature con tomaio in pelle in arrivo dalla Cina sono cresciute nel complesso del 184%, con incrementi esorbitanti per alcune tipologie: scarpe da passeggio +307% (da uomo +712%; da donna +780%); sandali +530%; stivali e scarponcini +660%.
Il prezzo medio di un paio di scarpe in arrivo dalla Cina è 'salito' a 3,31 euro al paio, +40%. L'incremento è legato alla maggiore incidenza delle calzature in pelle sul totale, e non ad una crescita dei prezzi applicati (peraltro, come confermano i dati Eurostat, i prezzi medi delle calzature cinesi in pelle importate nella UE nel 2005 sono diminuiti di oltre il 20%...).
Accanto alle cifre straordinarie delle calzature che dalla Cina entrano in Italia, vanno poi considerati i volumi sottoposti ad operazioni di triangolazione, e che quindi transitano da altri Paesi (come ad esempio il Belgio, +7,3%).
Senza contare - nella valutazione della pressione concorrenziale complessiva - i flussi giunti direttamente dalla Cina nei singoli mercati, con conseguente erosione di nostre quote di mercato negli stessi.
Tutto ciò a fronte delle 257mila paia esportate nello stesso periodo dall'Italia in Cina.

L'analisi dei flussi in entrata per macro area di provenienza mostra, oltre al +8,4% dell'Estremo Oriente, una crescita dell'import dall'Unione Europea (+9,4% in quantità, per effetto principalmente delle già citate triangolazioni), dai Paesi dell'Africa del Nord (+7%, trainata dalla Tunisia) e dal Centro e Sud America (+11,7%, con il Brasile in evidenza).
In leggera flessione (determinata dal -2,3% della Romania, nostro secondo Paese fornitore grazie alle operazioni di delocalizzazione) l'Europa Orientale.

Le dinamiche dell'import e dell'export hanno determinato, nei primi 11 mesi 2005, un saldo attivo settoriale di 3.035 milioni di euro (in calo del 13,2% sull'analogo periodo 2004). In quantità, invece, il saldo è stato negativo, avendo importato oltre 76 milioni di paia in più di quanto esportato.

Ampliando il campo di osservazione e analizzando su scala europea (UE25) i dati preliminari di interscambio disponibili per il 2005, si evidenzia uno scenario analogo a quello italiano: importazioni comunitarie in deciso aumento (+20% in volume), con una forte crescita della Cina (+57,4% complessivo, con un +220% per il comparto pelle). Export in calo, soprattutto quello diretto negli USA e in Svizzera, principali mercati di riferimento.

Ordini e consumi interni
Le rilevazioni inerenti il portafoglio ordini degli ultimi 3 mesi dell'anno confermano il protrarsi della difficile situazione congiunturale.
La raccolta ordini non offre infatti grandi spunti di ottimismo rispetto ad una eventuale ripresa della domanda: il portafoglio medio delle aziende interpellate, comprensivo dei riordini, evidenzia una ulteriore flessione in quantità (-1,1%) rispetto ai corrispondenti livelli, decisamente insoddisfacenti, dell'anno precedente.
Sul mercato interno perdura una situazione stagnante (-0,2%).
Sul fronte estero, il portafoglio ordini generato dal mercato tedesco, da tempo in arretramento, mostra l'ennesima non marginale contrazione: -4,1%. Poco confortante anche la dinamica degli ordinativi raccolti negli altri mercati UE, che registra una riduzione dell'1,3% in termini reali.
Negativo l'andamento del mercato americano, la cui raccolta ordini fa segnare un arretramento in quantità del -3,2%.
Il portafoglio ordinativi relativo al Giappone è uno dei pochi a mostrare un trend favorevole (+2,8% in volume), così come il dato residuale relativo agli 'Altri Paesi' che registra una discreta attività di raccolta dai mercati dell'Est (+2,6%).

La consistenza del portafoglio ordini si riduce lievemente rispetto alla scorsa rilevazione, con un carnet - cioè il periodo di produzione assicurato dagli ordini raccolti - che garantisce circa 2,8 mesi di produzione.

Con riferimento alle previsioni sugli ordinativi relativi al primo semestre del 2006, pur da valutare con prudenza a seguito della loro natura campionaria, si evidenzia un sostanziale scetticismo sull'evoluzione congiunturale attesa.
Relativamente al mercato interno, il 65% degli operatori interpellati non si attende mutamenti di sorta rispetto alla situazione attuale; solamente il 18% si aspetta un miglioramento nella raccolta ordini, mentre per il restante 17% la situazione negativa sul mercato italiano si aggraverà addirittura nel primo semestre 2006.
Il quadro non muta sensibilmente se si considerano le attese sugli ordini esteri: quasi il 60% degli imprenditori contattati prevede una stabilità del portafoglio, il 18% si aspetta una ulteriore riduzione e solamente il 22% prevede una ripresa del profilo degli ordinativi raccolti.

I dati preliminari relativi ai consumi interni mostrano il protrarsi, anche nel 2005, della fase stagnante che da parecchi mesi caratterizza il mercato nazionale.
Gli acquisti delle famiglie italiane sono infatti cresciuti in misura impercettibile (+0,3% in quantità e +1,4% in valore).
Comprese tra +1% (per le sportive) e -0,1% (calzature uomo) le variazioni percentuali registrate in volume nei diversi segmenti.

Occupazione
La crisi del settore calzaturiero e dell'intera filiera ha avuto conseguenze preoccupanti su occupazione e mortalità aziendale.
Dalle cifre fornite dalla banca dati delle Camere di Commercio risulta che nel 2005 la filiera pelle in Italia ha perso 8.540 addetti (-4,7% su dicembre 2004), di cui 6.300 nei calzaturifici e nelle aziende produttrici di parti di calzature (-4,9%).
Hanno chiuso definitivamente, nel periodo gennaio-dicembre 2005, 820 aziende tra concerie, pelletterie e produttori di calzature/componentistica (564 questi ultimi). Un dato sicuramente sottostimato, considerati i tempi effettivi nelle registrazioni di 'cessata attività'.
In due anni si sono perse nella filiera quasi 1.700 imprese e 16.000 posti di lavoro.

La flessione nel numero degli addetti trova conferma anche nella rilevazione condotta sul campione di Associati: il 55% degli intervistati ha dichiarato una sostanziale stabilità della forza lavoro impiegata; ben il 33% ha denunciato una riduzione nel numero di occupati, mentre soltanto il 12% degli imprenditori ha potuto incrementare lievemente l'occupazione nel 2° semestre 2005.
Per quanto riguarda le aspettative per la prima parte del 2006, coerentemente con le evidenze che emergono dalle altre variabili di congiuntura, l'indagine ha indicato un'ulteriore possibile riduzione della forza lavoro, prevista dagli imprenditori intervistati tra i 3 e i 4 punti percentuali.

Le ore di Cassa Integrazione Guadagni autorizzate nel 2005 sono rimaste su livelli assai alti, nonostante la lieve flessione (-3,1%) rispetto all'anno precedente.
La media è il risultato di una riduzione del 4% degli strumenti ordinari di integrazione salariale e di una sostanziale stabilità (-0,8%) di quelli straordinari.
Sono state concesse complessivamente quasi 11 milioni di ore rispetto agli 11,3 milioni dell'anno precedente (ma nel 2003 erano 8,4 milioni).
Le situazioni più critiche si registrano in Lombardia (+21% sul 2004), Marche (+27%) ed Emilia Romagna (+13%).

Incassi e pagamenti
I risultati dell'indagine hanno evidenziato, per il secondo semestre 2005, ancora un allungamento del ciclo incassi/pagamenti.
Le indicazioni relative al pagamento dei fornitori esteri confermano una generale tendenza alla stabilità (65%), ma è significativa la quota di coloro che, a seguito delle difficoltà sui mercati di sbocco, ha dovuto chiedere una dilazione nei termini di pagamento (31%).
Simile andamento si rileva per il pagamento delle forniture interne, ove prevale però più nettamente una situazione di stabilità (73% dei rispondenti).
Il lieve allungamento dei termini di pagamento è il frutto della difficoltà congiunturale generale, nella quale diverse imprese chiedono di poter rinegoziare i termini 'a monte' per evitare crisi di liquidità.
Anche i dati relativi alle dilazioni concesse ai clienti presentano nuovamente tendenze all'allungamento dei termini: sul mercato interno il 63% degli interpellati denuncia un allungamento dei periodi di incasso, così come avviene per il 41% del campione con riferimento ai tempi di incasso da clienti esteri.

Conclusioni
I dati di preconsuntivo 2005, sintetizzati nelle tavole che seguono, mostrano il protrarsi della lunga fase di difficoltà congiunturale che ha caratterizzato gli anni recenti e che, purtroppo, non sembra destinata a repentini cambiamenti nel breve periodo.
Alle note (e purtroppo dolenti) considerazioni sul livello della domanda, nazionale ed internazionale, che continua ad essere decisamente insoddisfacente (sfavorita anche dalla supervalutazione dell'Euro), si sono aggiunti fattori esogeni quali il ritardo nella ripresa economica e, soprattutto, la pressante insidia competitiva delle produzioni asiatiche, e in particolare cinesi.
Il 2005 si è aperto con lo smantellamento delle quote e con il conseguente ulteriore fortissimo incremento delle importazioni dal gigante asiatico in Europa.
Il contenimento dei prezzi attuato dai nostri operatori ha sinora consentito al massimo di difendere faticosamente le posizioni più importanti e le imprese più competitive, non potendo certo contrastare la concorrenza asimmetrica e il ricorso al dumping.
In numerose e importanti fasce del settore le situazioni di difficoltà finanziarie, occupazionali e competitive iniziano a presentarsi in misura sensibile.
I segnali dai principali mercati sono purtroppo all'insegna di una domanda ancora fiacca per il prossimo futuro (come indica la raccolta ordini dei primi mesi 2006).
Uno dei pochi aspetti positivi che emergono dall'indagine è la generale tendenza riscontrata negli imprenditori nel voler continuare a investire sull'innovazione di prodotto, da sempre elemento distintivo della produzione italiana. Scarica l'allegato: cs_09_scheda_economica_def.pdf


Pubblicato il 03/16/2006



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