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11/14 FEBBRAIO 2018

L’INDUSTRIA CALZATURIERA ITALIANA – Preconsuntivo 2004 

Pur rimanendo l’Italia ai primissimi posti tra i Paesi calzaturieri nel mondo, la nostra industria sta attraversando, al pari di quella europea, una crisi sempre più marcata. Per il 4° anno consecutivo gran parte delle variabili economiche di settor
Introduzione
Pur rimanendo l’Italia ai primissimi posti tra i Paesi calzaturieri nel mondo, la nostra industria sta attraversando, al pari di quella europea, una crisi sempre più marcata. Per il 4° anno consecutivo gran parte delle variabili economiche di settore evidenziano un andamento sfavorevole.
L’ulteriore frenata delle esportazioni negli ultimi mesi dell’anno ha contribuito a rendere ancora più penalizzanti le indicazioni già poco positive riportate nelle rilevazioni precedenti. I dati di preconsuntivo descrivono dunque un 2004 di ulteriori contrazioni per le imprese del settore calzaturiero.
La domanda internazionale – penalizzata anche dal forte apprezzamento dell’Euro – continua a presentare dinamiche negative che, accompagnate a un mercato interno stagnante, incidono oramai in misura significativa sui volumi produttivi e sulle politiche di prezzo.
Tra i fattori principali della crisi vi è la velocissima crescita della capacità competitiva dei produttori asiatici (e in particolare cinesi) che, con una costante diminuzione dei prezzi medi, stanno erodendo anche la fascia di prodotto medio-alta.
Lo smantellamento, avvenuto il 1° gennaio 2005, delle quote comunitarie ha condotto ad un incremento abnorme dell’import europeo dalla Cina.
Anche per questo le prime evidenze relative al 2005 non lasciano purtroppo spazio all’ottimismo: il portafoglio ordini appare statico, quando non in riduzione, mentre affiorano tensioni sul versante finanziario e occupazionale.
In tal senso, l’assenza di un qualche dato positivo o promettente sembra essere un elemento ancora più grave dei non pochi segnali negativi che caratterizzano l’attuale congiuntura: l’unica speranza sembra quella di poter assistere all’attenuazione dei trend negativi più importanti, in quanto un’inversione repentina di tendenza è poco probabile nel breve periodo.

Vediamo ora nel dettaglio le singole variabili congiunturali.

Produzione e prezzi
Dopo le flessioni attorno al 10% registrate a consuntivo nel 2002 e 2003, anche nel 2004 la dinamica dei volumi produttivi ha continuato ad evidenziare un’intonazione marcatamente negativa.
Il primo semestre del 2004 si era chiuso con un arretramento prossimo al 5%, e le previsioni per i mesi immediatamente successivi erano improntate al pessimismo. Anche in seguito ad un ulteriore peggioramento del tenore della domanda sui mercati internazionali, i risultati a fine anno evidenziano una flessione di intensità ancor maggiore.
In sintesi, il pre-consuntivo per l’anno appena chiuso mostra, limitatamente al campione oggetto d’indagine, una riduzione complessiva della produzione di circa il 7,5% in quantità.
Le indicazioni degli imprenditori intervistati sono abbastanza eloquenti in tal senso: solo poco più del 5% delle imprese raggiunte dalla rilevazione ha registrato un incremento dei volumi produttivi per l’anno 2004. Il 45% dei rispondenti ha indicato arretramenti dell’output superiori al 5%.
L’andamento insoddisfacente ha caratterizzato tutte le tipologie produttive, senza particolari distinzioni.
Con riferimento ai primi mesi dell’anno in corso, gli operatori segnalano di aver subito ancora una riduzione, seppur limitata in termini di intensità, dei livelli produttivi. A tal proposito, il 35% del nostro campione si aspetta un’ulteriore caduta dei volumi per la prima metà del 2005, mentre poco più del 25% prevede una lieve ripresa della produzione; il resto del campione (attorno al 40%) si attende una sostanziale stabilità rispetto al 2004.

Il quadro congiunturale negativo ha inciso in misura significativa sulla dinamica dei prezzi (da non confondersi con il prezzo medio all’export che, oltre a riferirsi a prodotti realizzati in mesi antecedenti, è influenzato dalla composizione del “paniere” esportato, non tanto come “tipologia”, quanto come “fascia prezzo”).
Le imprese del campione sono state costrette ad operare sostanzialmente “a prezzi fermi”: nel 2004 infatti i prezzi interni sono cresciuti solo dell’1% e quelli esteri addirittura dello 0,7%. Tali indicazioni risultano sostanzialmente confermate anche per il primo semestre 2005.
Combinando le dinamiche di prezzo con quelle di quantità è così possibile stimare, per il 2004, una riduzione del valore della produzione attorno al -6,4%.

Il grado di utilizzo degli impianti, pur risentendo del quadro di difficoltà congiunturale, si mantiene sempre su livelli elevati in senso assoluto, con valori prossimi all’80% a fine dicembre 2004. Le attese per il primo semestre 2005 indicano una sostanziale stabilità su questi livelli, anche se è da segnalare una maggiore difficoltà delle imprese di grandi dimensioni nel raggiungere l’efficienza produttiva.

Interscambio commerciale
Nei primi 11 mesi 2004, rispetto all’analogo periodo del 2003, l’export italiano di calzature è diminuito del -7,3% in quantità e del 3,4% in valore: abbiamo venduto all’estero 261,4 milioni di paia (ben 20,6 milioni in meno), per un valore di 5.783 milioni di euro. L’incremento dei prezzi medi (+4,2%) ha permesso di attenuare, almeno in valore, l’entità delle perdite.
In termini di categorie merceologiche, tutti i segmenti dell’offerta denotano flessioni nelle dinamiche di scambio: per i prodotti a maggior valore aggiunto – cioè le calzature con tomaio in pelle, tradizionale punto di forza del Made in Italy – le esportazioni sono diminuite del -7,9% in volume e del -4,6% in valore. Superiore al 10% in quantità il decremento per i comparti gomma e tessuto.
L’analisi per Paese di destinazione mostra purtroppo una situazione abbastanza omogenea, con pochi elementi distintivi.
Ancora poco soddisfacente l’andamento della domanda sul mercato UE (-5% in quantità considerando l’Unione a 15 Paesi, che diventa un -6,8% se si allarga l’analisi anche ai 10 nuovi Paesi membri). Nonostante il recupero su alcuni importanti mercati (Francia +4,7% in volume, Belgio +1,7%, Spagna +10,3%), risultati decisamente sfavorevoli si sono registrati nelle vendite in Germania (-9,7% in quantità) e Regno Unito (-15,6%), rispettivamente 1° e 4° mercato di sbocco per i nostri operatori.
Per quanto riguarda i Paesi dell’Est Europa e della CSI, il trend rimane marcatamente negativo, sia in quantità (-21%) che in valore (-5,6%).
Anche il mercato nordamericano si è mostrato poco ricettivo nei confronti dell’offerta italiana nel 2004, coerentemente con la sfavorevole dinamica dei tassi di cambio dell’Euro sul Dollaro: -5,2% in volume e -1,6% in valore. Ancor più negativo è il trend dell’export verso i Paesi del Centro-Sud America, con arretramenti medi superiori al 30% in quantità.
Neppure i dati provenienti dal continente asiatico sono positivi, sia per quanto riguarda le aree mediorientali (-16% in volume), sia con riferimento al Far East (-13%).
Risultati insoddisfacenti sono stati ottenuti infine anche nei Paesi africani (-16%).

L’import ha invece raggiunto l’ennesimo record, con un aumento dei volumi del 16,9% e con una crescita più modesta in valore (+1,7%; prezzi medi: -13%).
Nel periodo gennaio/novembre sono stati importati in Italia, complessivamente, quasi 290 milioni di paia (42 milioni in più rispetto ai primi 11 mesi 2003), per un valore di 2.287 milioni di euro.
Pur se tali cifre comprendono anche la rilevante presenza di fenomeni di traffico di perfezionamento e di contoterzismo, con successiva reimportazione di produzione delocalizzata fuori dai confini nazionali, è indubbio che i concorrenti esteri abbiano, anche nel 2004, sottratto consistenti quote di mercato agli operatori italiani.
Tutti i comparti merceologici hanno mostrato incrementi. L’import presenta le dinamiche più sostenute per le calzature con tomaia sintetica (+34%), per le pantofole (+23%) e per le calzature in tessuto o materiali diversi (+21%). Contenuta invece la crescita per le calzature in pelle/cuoio (+1,4%).
In termini di area geografica, si può osservare come le importazioni dal continente europeo si siano decisamente incrementate in volume (+20,3% per la UE15), pur diminuendo in valore. In evidenza l’import dal Belgio (+59%), legato a operazioni puramente commerciali (riesportazioni di prodotti asiatici).
Con riferimento alle aree dell’Est Europa, da sempre zone privilegiate di pratiche di outsourcing, l’import di calzature si è ridotto del 2,7% in quantità e dell’1,7% in valore, con la Romania in calo di circa il 4%.
Per quanto riguarda l’Africa del Nord, altra area privilegiata per il decentramento produttivo, le dinamiche sono invece significativamente negative in quantità (-26,5%) e in valore (-25%), soprattutto a seguito del ridimensionamento della Tunisia, che con un calo attorno al 30% è scesa dal 4° al 9° posto nella graduatoria dei fornitori.
Grazie probabilmente alle dinamiche valutarie, l’interscambio in entrata dall’America settentrionale risulta in deciso aumento (+71% in volume), e ancor più sostenuto è l’incremento nei flussi di import provenienti dai Paesi del Centro e Sud America, con in testa il Brasile.
In forte crescita le importazioni dal Far East (+29,4% in volume), con la Cina che ha fatto segnare un ulteriore +31%, la Malaysia un +218%, l’Indonesia un +27% e l’India +48%, tutti accompagnati da decrementi, anche consistenti, nei prezzi medi.
Da segnalare anche il +72% dell’import da Macao, evidentemente legato a triangolazioni da altri Paesi asiatici.
Attraverso una costante diminuzione dei prezzi medi (-12,6% nel 2002, -17,3% nel 2003; un ulteriore -10,6% nel 2004) la Cina sta conquistando quote di mercato sempre più consistenti.
Il prezzo medio di un paio di calzature importato dalla Cina è di 2,36 euro (!), che “salgono” a 10,38 euro per le calzature in pelle e cuoio (il prezzo medio dell’export italiano è invece di 22,12 euro – quasi 10 volte maggiore, dunque – e 28,49 euro per le scarpe in pelle).

L’import italiano dalla Cina (nostro primo Paese fornitore con una quota attorno al 41% sul totale import quantità) è cresciuto, nel decennio 1994-2003 del 250%, pur in presenza di quote comunitarie su 42 delle 71 voci della classificazione doganale relative alle “calzature finite”. Si è passati infatti da 28,7 a 100,3 milioni di paia, con un’impennata senza precedenti negli ultimi anni: +21,4% in volume a consuntivo 2002 e +49% nel 2003.
Nel periodo gennaio/novembre 2004 sono entrati in Italia dalla Cina – trascurando le triangolazioni da Paesi terzi – 120,6 milioni di paia di calzature, oltre 28 milioni di paia in più rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente.
A fronte di queste cifre, l’export italiano verso la Cina registra volumi irrisori: 282.000 paia nel 2003; 183.000 paia tra gennaio e novembre 2004 (-33,7%).

Fortissima preoccupazione tra gli operatori desta, in un simile scenario, lo smantellamento avvenuto il 1° gennaio 2005 delle quote comunitarie sull’import dalla Cina (che coprivano categorie importantissime per la produzione tipica italiana, come le calzature con tomaio in pelle).
Con preoccupazione crescente ANCI segue l’aggiornamento in tempo reale dei dati relativi alla Sorveglianza ex-ante (entrata in vigore il 1° febbraio 2005 con il Regolamento CE della Commissione n.117/2005) su 41 voci doganali precedentemente coperte da quote.
Per tali tipologie, a fronte di un import europeo dalla Cina di 6,7 milioni di paia nei primi 2 mesi 2004, al 28 febbraio 2005 risultavano richieste di licenze a livello comunitario per un totale di 110,9 milioni di paia (più di 16 volte tanto, dunque), con un prezzo medio al paio sceso del -25,6% rispetto all’import 2004.
Ovviamente, trattandosi di un raffronto tra licenze (che valgono 6 mesi, ma che comunque vengono rilasciate presentando copia del contratto di vendita o di acquisto e della fattura pro-forma) e import effettivo, il confronto non è omogeneo.
Ma il segnale è comunque chiaro: tali dati prefigurano aumenti abnormi dell’import di calzature dalla Cina dopo la caduta delle quote, con prezzi medi in forte diminuzione, che metteranno a rischio la sopravvivenza delle industrie calzaturiere italiane ed europee.


Le dinamiche dell’import e dell’export hanno portato nei primi 11 mesi 2004 ad un saldo attivo settoriale di 3.496 milioni di euro (-6,5%).
In quantità, invece, il saldo è stato negativo, avendo importato 28,5 milioni di paia in più di quanto esportato, evento mai accaduto negli anni precedenti.

Ordini e consumi interni
Le statistiche riguardanti il portafoglio ordini degli ultimi 3 mesi dell’anno si innestano su quelle già presentate nell’indagine condotta alla fine di novembre.
La raccolta degli ordinativi (comprensiva dei riordini) per la prima parte del 2005 purtroppo non lascia spazio a grandi aspettative di ripresa: il portafoglio ordini medio evidenzia una assoluta stabilità in quantità, rispetto ai corrispondenti livelli dell’anno precedente, peraltro già insoddisfacenti.
Il mercato interno conferma una situazione sostanzialmente piatta (+0,8% in volume).
Il portafoglio ordini generato dal mercato tedesco è da tempo in arretramento, prevalentemente riconducibile ad un processo di sostituzione delle nostre quote di mercato a favore dei competitors asiatici: in quantità, la raccolta ordini dalla Germania si è infatti contratta nell’ultimo trimestre 2004 di un ulteriore 3,2%. Al contrario, la dinamica degli ordinativi raccolti dagli altri paesi UE si presenta favorevole, con un incremento medio del +4,3%.
Decisamente negativa è l’intonazione del mercato americano, i cui ordini fanno segnare un calo significativo (-6%): tale dato è ovviamente da abbinare alla sfavorevole dinamica del cambio Euro/Dollaro.
Il portafoglio ordinativi relativo al Giappone è sostanzialmente stabile (+0,8% in quantità), mentre il dato residuale relativo agli “Altri paesi” mostra invece un trend di crescita (+5%).

Conseguentemente alle dinamiche poco soddisfacenti, la consistenza del portafoglio ordini tende ad assottigliarsi progressivamente, con un carnet medio che garantisce circa 2,7 mesi di produzione.

Purtroppo, come anticipato, anche le previsioni sugli ordinativi relativi al primo semestre del 2005, pur da valutare con prudenza a seguito della loro natura campionaria, risultano caratterizzate da un sostanziale scetticismo sull’evoluzione congiunturale attesa.
Relativamente al mercato interno, ben il 73% degli operatori interpellati non si attende mutamenti di sorta rispetto agli ordinativi attualmente raccolti, mentre solamente il 10% si aspetta un miglioramento; per il restante 17% la situazione negativa sul mercato italiano si aggraverà addirittura nel primo semestre 2005.
Il quadro non muta sensibilmente se si considerano le attese sugli ordinativi esteri: circa il 54% degli imprenditori prevede una stabilità del portafoglio, il 18% si aspetta un’ulteriore riduzione e solamente il 28% degli intervistati prevede una ripresa del profilo degli ordini esteri.

Sul fronte dei consumi interni si conferma la situazione stagnante che da tempo investe il mercato domestico: nel periodo gennaio/ottobre 2004 gli acquisti delle famiglie italiane sono rimasti pressoché invariati in volume (+0,2%), con un +2,5% in termini di spesa. Fra i diversi comparti merceologici, solamente le calzature per donna evidenziano un saggio positivo in volume, per quanto contenuto (+1%, con un +2,9% in spesa).

Occupazione
Lo stato di crisi del settore, e dell’intera filiera, sta provocando nei distretti calzaturieri fortissimi motivi di tensione. Benché le imprese si siano impegnate per evitare e contenere gli effetti negativi sui livelli occupazionali, le cifre a consuntivo fornite dalle banche dati delle Camere di Commercio mostrano anche quest’anno una riduzione della forza lavoro impiegata nel settore. Ugualmente negative le cifre legate all’evoluzione della nati-mortalità aziendale.
Nel numero di imprese attive ed addetti si sono infatti registrati saldi negativi, rispetto al 2003, pari a 199 aziende (calzaturifici) e 2.341 addetti (-2,7% e -2,3% rispettivamente). Considerando anche i produttori di componentistica (ovvero l’intera voce Ateco 19.3 “Fabbricazione di calzature”), i dati indicano un saldo negativo di 504 unità nel numero di imprese attive e di 4.842 addetti (-3,7%).
La flessione nel numero di addetti trova conferma anche nella rilevazione condotta tra gli Associati: se il 65% degli imprenditori interpellati ha denunciato una sostanziale stabilità della forza lavoro impiegata, ben il 28% delle aziende contattate ha subito una riduzione degli occupati, mentre soltanto il 7% degli intervistati ha incrementato l’occupazione nel periodo in esame.
Per quanto concerne le aspettative inerenti la prima parte dell’anno in corso, coerentemente con le evidenze che emergono dalle altre variabili di congiuntura, si conferma la possibilità di un’ulteriore riduzione della forza lavoro (nell’ordine di un paio di punti percentuali, secondo il campione intervistato), a seguito dello scenario tutt’altro che ottimistico che attende le imprese calzaturiere nel prossimo futuro.

L’analisi dei dati relativi all’impiego degli strumenti di integrazione salariale non può che confermare le difficoltà descritte in precedenza. Le ore di Cassa Integrazione Guadagni autorizzate per le imprese dell’Area Pelle sono aumentate, rispetto al 2003, del +34,4%; il dato medio è la risultante di un incremento più moderato, ma comunque non trascurabile, degli strumenti ordinari (+18,8%) e di una crescita dirompente di quelli straordinari (+104%). Tra le regioni a maggiore vocazione calzaturiera: +78% per la Campania, +47% la Toscana, +32% il Veneto, +30% la Puglia, +19% le Marche, +8% la Lombardia.

Incassi e pagamenti
Le evidenze riguardanti il ciclo incassi/pagamenti relative al secondo semestre del 2004 sono anch’esse in linea con le tendenze congiunturali appena descritte.
Nei rapporti con i fornitori esteri si conferma la tendenza maggioritaria alla stabilità (61%), ma è significativa la quota di coloro che, a seguito delle difficoltà sui mercati di sbocco, ha dovuto chiedere un allungamento dei termini di pagamento (33%); per le forniture interne prevale una situazione di stabilità dei termini, rilevata dal 71% degli interpellati.
Il lieve allungamento dei termini di pagamento verso l’estero testimonia ulteriormente la difficoltà congiunturale generale, nella quale diverse imprese chiedono di poter rinegoziare i termini di dilazione “a monte” per evitare crisi di liquidità, pur finendo, inevitabilmente, per peggiorare i conti economici a causa dell’aumento degli interessi passivi.
Anche i dati relativi alle dilazioni concesse ai clienti presentano nuovamente delle tendenze di allungamento dei termini, che già nelle precedenti note congiunturali erano state denunciate, e che, ovviamente, in questa fase si sono acuite. Soprattutto sul mercato interno si rileva come il 59% degli interpellati indichi un allungamento dei periodi di incasso, così come avviene per il 39% degli intervistati con riferimento ai termini di incasso sui mercati esteri.

Conclusioni
I dati di preconsuntivo delineano un 2004 decisamente insoddisfacente per il settore calzaturiero italiano, aggravando le dinamiche sfavorevoli che già avevano caratterizzato il triennio precedente ed escludendo purtroppo repentini cambiamenti a breve.
L’export (penalizzato anche dalla pilotata svalutazione del Dollaro) ha subito un’ulteriore sensibile contrazione; l’import ha proseguito il trend di forte crescita; i consumi interni, con il rinvio della ripresa economica, sono rimasti pressoché fermi.
La produzione di calzature Made in Italy, nonostante gli sforzi delle imprese verso politiche di pricing improntate al contenimento dei listini, ha così subito un marcato arretramento, scendendo per la prima volta sotto i 300 milioni di paia, con inevitabili ripercussioni sul mercato del lavoro.
Il 2005 si è aperto con lo smantellamento delle quote comunitarie nei confronti dei prodotti cinesi, e con il conseguente fortissimo incremento delle importazioni dal gigante asiatico in Europa.
In questo quadro, per contrastare la congiuntura avversa, una rilevante parte degli operatori del settore si mostra molto attiva, dichiarandosi intenzionata per il prossimo futuro a perseguire maggiormente strategie di lancio di nuovi prodotti e di valorizzazione del marchio, anche se sinora i risultati migliori (o meno penalizzanti) sono stati ottenuti dalle aziende che si sono concentrate sulla ricerca e lo sfruttamento di nuovi mercati, meno colpiti dall’attuale congiuntura.
In ogni caso, anche il 2005 si è aperto sotto il segno dello sforzo competitivo e del sacrificio sui mercati: alle imprese sono chiesti investimenti – da finanziare peraltro con risorse decrescenti – e, forse, anche ripensamenti sulle strategie sinora adottate, per fronteggiare un momento certamente difficile e con poche prospettive di inversione nell’immediato.
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Pubblicato il 03/17/2005



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