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11/14 FEBBRAIO 2018

IL CALZATURIERO ITALIANO SBATTE SUL MURO CINESE: 2,36 EURO PER UN PAIO DI SCARPE IMPORTATE 

Un anno di contrazione della produzione calzaturiera italiana (-7,5%) nel 2004 anche se il saldo commerciale rimane positivo per 3,5 miliardi di euro.
I dati lasciano pochi dubbi. Per il quarto anno consecutivo gran parte delle variabili economiche di settore evidenziano un andamento sfavorevole segnando in modo inequivocabile l’andamento congiunturale del settore calzaturiero italiano. Tra i fattori principali della crisi vi è la velocissima crescita della capacità competitiva dei produttori asiatici (e in particolare cinesi) che, con una costante diminuzione dei prezzi medi, stanno erodendo anche la fascia di prodotto medio-alta con ricadute negative sulle aziende e sull’occupazione. A ciò si aggiunge, nell’analisi diffusa dall’Ufficio Studi di ANCI, l’Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani, la domanda internazionale che penalizzata anche dal forte apprezzamento dell’euro, continua il suo andamento stagnante mentre sul mercato interno non si registrano incrementi significativi.

“Pur rimanendo l’Italia ai primissimi posti tra i Paesi calzaturieri nel mondo, - spiega Rossano Soldini, presidente di ANCI - la nostra industria sta attraversando, al pari di quella europea, una crisi sempre più marcata. Il primo semestre del 2004 si era chiuso con un arretramento della produzione prossimo al 5%, e le previsioni per i mesi immediatamente successivi erano improntate al pessimismo, puntualmente confermato nei risultati a fine anno che evidenziano, tra le aziende del campione intervistate, una flessione di intensità ancor maggiore e pari al 7,5% circa in quantità e al 6,4% in valore.”

Il calzaturiero made-in-Italy, che oggi esporta circa l’80% della produzione, non può non risentire soprattutto della congiuntura internazionale su un doppio fronte: da un lato la stagnazione della domanda, penalizzata dalla svalutazione del dollaro, e dall’altro la crescita competitiva dei prodotti asiatici anche su mercati terzi. La conseguenza è una riduzione significativa delle esportazioni che nei primi undici mesi sono diminuite del -7,3% in quantità e del 3,4% in valore. L’incremento dei prezzi medi (+4,2%) ha permesso di attenuare, almeno in valore, l’entità delle perdite. Nonostante il recupero su alcuni importanti mercati come la Francia, con una crescita del 4,7% in volume, il Belgio con l’1,7% e la Spagna 10,3%, complessivamente l’Unione Europea è stata avara di soddisfazioni per i produttori italiani. Risultati decisamente sfavorevoli si sono registrati nelle vendite in Germania (-9,7% in quantità) e Regno Unito (-15,6%), rispettivamente primo e quarto mercato di sbocco. Complessivamente l’Unione a 15 Paesi ha registrato un calo in quantità del 5%, mentre allargando l’analisi ai 10 nuovi Paesi membri il decremento si attesta sul 6,8%.

“Anche nei paesi extraeuropei – illustra Soldini - la situazione congiunturale non cambia. Per ragioni diverse tutte le aree di mercato più promettenti sembrano dare risultati poco positivi. Il mercato nordamericano si è mostrato poco ricettivo nei confronti dell’offerta italiana nel 2004, coerentemente con la sfavorevole dinamica dei tassi di cambio dell’euro sul dollaro: -5,2% in volume e -1,6% in valore. Mentre ancora più negativo è il trend dell’export verso i Paesi del Centro-Sud America, con arretramenti medi superiori al 30% in quantità. I paesi dell’Est Europa e della CSI invece, pur continuando a rimanere un interessante sbocco di mercato, registrano un trend complessivamente negativo, sia in quantità (-21%) che in valore (-5,6%). Occorre però notare che i dati registrano le medie degli andamenti di tutti i segmenti di mercato, all’interno dei quali esistono aziende e prodotti con migliori performance.”

Come ormai tende a ripetersi da qualche anno, la stagnazione del mercato estero è accompagnata da una crescita delle importazioni a fronte di un mercato interno sostanzialmente “bloccato”. Gli acquisti delle famiglie italiane sono rimasti pressoché invariati in volume (+0,2%), seppure con una crescita del 2,5% in termini di spesa, mentre le importazioni hanno raggiunto l’ennesimo record: in volume l’aumento è stato pari al 16,9% accompagnato da una diminuzione dei prezzi medi del 13%. Una situazione preoccupante perché ripetuta nel tempo e che segnala come i concorrenti esteri abbiano, anche nel 2004, sottratto consistenti quote di mercato agli operatori italiani, seppure i dati includano anche fenomeni di traffico di perfezionamento e di contoterzismo, con successiva reimportazione di produzione delocalizzata fuori dai confini nazionali.
La situazione più preoccupante è quella registrata nell’area del Far East (+29,4% in volume), con la Cina che ha fatto segnare un ulteriore +31%, la Malaysia un +218%, l’Indonesia un +27% e l’India +48%, tutti accompagnati da decrementi, anche consistenti, nei prezzi medi. Da segnalare anche il +72% dell’import da Macao, evidentemente legato a triangolazioni da altri Paesi asiatici.

“La manovra cinese – spiega il presidente di ANCI - è quella di esportare in dumping, ovvero sottocosto per spiazzare la produzione europea: è sufficiente analizzare la costante diminuzione dei prezzi medi (-12,6% nel 2002, -17,3% nel 2003; un ulteriore -10,6% nel 2004) delle importazioni dalla Cina. Oggi il prezzo medio di un paio di calzature importato dalla Cina è di 2,36 euro, mentre considerando le sole calzature in pelle e cuoio si sale a 10,38 euro. Questi prezzi sono inferiori ai costi delle sole materie prime e soprattutto inferiori di 10 volte rispetto al prezzo medio all’export delle calzature italiane.”

Dati che destano forte preoccupazione anche alla luce dello smantellamento avvenuto il 1° gennaio 2005 delle quote comunitarie sull’import dalla Cina. Su 41 voci doganali precedentemente coperte da quote, a fronte di un import europeo dalla Cina di 6,7 milioni di paia nei primi 2 mesi 2004, al 28 febbraio 2005 risultavano richieste di licenze a livello comunitario per un totale di 110,9 milioni di paia (più di 16 volte tanto, dunque), con un prezzo medio al paio sceso del 25,6% rispetto all’import, 2004. Ovviamente, trattandosi di un raffronto con richieste di licenze, il confronto non è omogeneo, ma il segnale è comunque chiaro: tali dati prefigurano aumenti enormi dell’import di calzature dalla Cina dopo la caduta delle quote. In un tale scenario le prospettive per il 2005 non potevano che essere condizionate da aspettative che quando non sono negative, si orientano alla prudenza. Il portafoglio ordini medio evidenzia una assoluta stabilità in quantità, rispetto ai corrispondenti livelli dell’anno precedente, peraltro già insoddisfacenti, mentre sono soprattutto il mercato tedesco e quello statunitense a creare maggiori apprensioni. Positive invece le indicazioni sul mercato Giapponese (+0,8% in quantità) e degli altri paesi UE con un incremento medio del +4,3%.

“In questo quadro - conclude il presidente Soldini - per contrastare la congiuntura negativa, l’indagine ANCI registra un attivismo sorprendente da parte dei calzaturieri italiani che in buona parte indicano come prioritarie per il prossimo futuro le strategie di lancio di nuovi prodotti e di valorizzazione del marchio e la ricerca di nuovi mercati. Peraltro sono proprio queste imprese che mostrano sinora i risultati migliori o quelli meno penalizzanti.”
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Pubblicato il 03/17/2005



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