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11/14 FEBBRAIO 2018

UN’AZIONE CONDIVISA PER SALVARE IL MADE-IN-ITALY 

Soldini: “Chiediamo la salvaguardia del made-in-Italy come prima manovra di politica industriale.”
Si chiude anche il 2004 con forti tensioni sul made-in-Italy calzaturiero. Si tratta del quarto anno consecutivo di marcata contrazione, risultato negativo sul quale pesa in modo determinante la forte crescita economica della Cina e la sua sfacciata politica commerciale orientata alle esportazioni.

“Abbiamo per 30 anni vinto la globalizzazione proveniente da Brasile, Sud Corea e Taiwan – dichiara Rossano Soldini presidente di ANCI, l’Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani. Siamo sempre primi, senza aiuti, nella ricerca e nell’innovazione, nella qualità del prodotto come nello stile. Non abbiamo paura di competere contro i bassi costi di manodopera. Nulla possiamo, però, contro chi può vendere un prodotto al solo costo delle materie prime poiché opera in situazioni di dumping sociale, ambientale e valutario. Questa situazione non può essere sopportata a lungo. I riflessi sull’industria e sull’occupazione, sui redditi della famiglie e sui consumi interni sarebbero rovinosi”.

La svalutazione della moneta cinese, legata artificialmente al dollaro, di oltre il 35% rispetto a due anni fa, il premio all’export del 15%, le inesistenti regole per evitare abusi in ambito sindacale e ambientale, oltre ad un sistema di costi inavvicinabile per un paese europeo, rendono la competizione semplicemente improponibile. Le importazioni italiane di calzature dalla Cina nel biennio 2002/2003 sono aumentate dell’81% in volume, e nel 2004 hanno superato i 130 milioni di paia (con un’ulteriore crescita del 31% sul 2003), pur con l’esistenza di quote.
A fronte di queste cifre, la Cina non rappresenterà ancora per molto tempo un’opportunità di mercato per la produzione italiana.

“L’export italiano verso la Cina – spiega Soldini - registra volumi irrisori: 282.000 paia nel 2003; 183.000 paia tra gennaio e novembre 2004 ovvero una diminuzione del -34% sui primi 11 mesi dell’anno precedente. Sicuramente oggi la Cina non rappresenta una opportunità per noi calzaturieri, ma, ne sono certo, non lo è nemmeno per molti altri settori industriali italiani, neppure in prospettiva perché il danno alla manifattura italiana è così consistente da non poter pensare che riusciremo a cogliere le opportunità di medio periodo. Se l’export italiano di calzature in Europa nei prossimi 4 anni perdesse a causa della competizione cinese il 10% annuo ovvero oltre un miliardo di euro che rappresenta 1/3 delle nostre attuali esportazioni, dovrebbe essere compensato da una crescita delle esportazioni in Cina del 20% annuo per non meno di 25 anni. Non vi è dubbio quindi che il problema Cina sia per noi una priorità. Pensiamo non solo al sistema calzaturiero, ma consideriamo pericolosa tale situazione anche per l’intero sistema industriale italiano.”

La progressiva erosione della competitività del settore calzaturiero italiano sta provocando nei distretti fortissimi motivi di tensione. Nei dati preconsuntivi elaborati dall’ufficio studi di ANCI si stima che siano oltre 8.000 i posti di lavoro persi nella filiera pelle, di cui quasi 5.000 tra calzaturifici e produttori di parti e componenti per calzature. Si tratta in particolare di una stima sui dati forniti dalla banca dati delle Camere di Commercio, che riporta il numero di imprese cessate, a cui si devono aggiungere il massiccio ricorso alla Cassa Integrazione e le precarie condizioni in cui versano molte aziende nei distretti, che rischiano di far lievitare l’impatto occupazionale della crisi.

“Siamo di fronte ad un’emergenza per il settore – continua Rossano Soldini - che è al tempo stesso economica e sociale per le perdite in termini di occupati. La Cina sta mettendo a serio rischio la sopravvivenza delle imprese della moda, sia tessili che calzaturiere. Eppure, anche tra gli imprenditori, c’è chi pensa di poter mantenere posizioni non definite per salvare capra e cavoli. E’ invece venuto il momento di dire da che parte si sta e quali strumenti di difesa si vogliono attuare. Il Made-in-Italy è ciò che è fatto, fabbricato in Italia secondo le regole dettate dal codice doganale comunitario. Made-in-Italy non è lo “styled in Italy – designed in Italy”. Bisogna capire se vogliamo difendere gli importatori o gli imprenditori e l’occupazione in Italia. Dopo aver nel passato sottovalutato il problema , oggi la difesa della nostra manifattura è talmente impellente, da non consentire tentennamenti. In questo, finalmente, siamo in piena sintonia con Confindustria, Sindacati e Associazioni dei consumatori.”

Non meno preoccupanti sono i dati relativi al monitoraggio preventivo. Grazie al sistema di monitoraggio delle importazioni in Europa di prodotti calzaturieri, fortemente sostenuto da ANCI, è stato possibile controllare in tempo reale l’andamento degli acquisti di calzature dalla Cina. I risultati sono sorprendenti e vanno oltre anche le più pessimistiche previsioni.
Le richieste di licenze a livello comunitario, relative ai primi 2 mesi del 2005, sono aumentate del 1563% con una diminuzione del prezzo medio del 25,6% per un totale di richieste per oltre 110,9 milioni di paia.

“E’ evidente – chiarisce Soldini - che una simile situazione richiede misure non soltanto efficaci, ma tempestive, elemento qualificante di qualunque azione volessimo proporre alla UE. In particolare l’obbligatorietà della stampigliatura di origine per i prodotti importati nella UE e l’adozione di misure di difesa con l’applicazione di dazi di salvaguardia sulle importazioni cinesi come esplicitamente prevedono i regolamenti UE sulle procedure antidumping, rimangono le nostre richieste prioritarie. Ma anche sul fronte interno la lotta alla contraffazione dei marchi, sia aziendali che di origine, i controlli doganali e l’inasprimento delle sanzioni per chi froda e non rispetta le leggi devono essere al centro dell’azione di Governo dei prossimi mesi, come ci è stato promesso negli incontri avuti nelle settimane scorse a Palazzo Chigi. Sul fronte fiscale andrebbe poi finalmente attuata l’esclusione nella base imponibile IRAP del costo dei designer e dei creativi che nel nostro settore costituiscono i fattori prevalenti di ricerca e innovazione.”

“La difesa del made-in-italy – conclude il Presidente di ANCI Rossano Soldini - come manovra di politica industriale, non si può ovviamente basare unicamente su azioni di mantenimento, ma occorre una vera e propria politica di promozione in grado di aumentare e fidelizzare i potenziali utenti del made-in-Italy. La nostra Associazione, da sola, sta investendo molto per tutte le iniziative promozionali: nuova campagna pubblicitaria al consumatore finale, sulla stampa italiana e nei maggiori aeroporti europei; iniziativa dei cartelli vetrina; allestimenti “visual” nella città di Milano. In particolare, all’Ottagono in Galleria Vittorio Emanuele sarà presente una struttura a supporto della campagna “I love Italian Shoes”, con il patrocinio dell’Assessorato Moda Eventi e Turismo del Comune di Milano. Tutte azioni che richiedono però un supporto promozionale nazionale in cui vengano fatti prevalere interventi mirati su settori che come il calzaturiero contribuiscono in modo rilevante al saldo attivo della bilancia dei pagamenti. Ricordo infatti che nonostante la crisi il nostro settore registra nei primi 11 mesi 2004 un saldo commerciale positivo di oltre 3,5 miliardi di euro”. Scarica l'allegato: 03_istituzionale_ita.PDF


Pubblicato il 03/17/2005



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